martedì 2 aprile 2013

Olio d’Oliva Italiano: Next Stop ASIA



La gelata dei consumi che ha colpito l’Italia nel 2012, e che coinvolgerà gran parte dell’Europa nel 2013, sembra oramai aver definitivamente orientato il settore olivicolo italiano alla ricerca di nuovi consumatori, in un’ottica capace di mixare qualità e sostenibilità (anche dei costi).

I dati sulle esportazioni e sulle importazioni di olio d’oliva extravergine italiano nel 2012 evidenziano abbastanza nitidamente l’esistenza di un’ottica duale sul mercato olivicolo.
Da una parte, la contrazione dei redditi in Italia ha favorito sul mercato domestico l’ingresso di olio forse qualitativamente poco “attraente” ma dal costo indiscutibilmente molto competitivo: complessivamente i produttori dell’Africa Settentrionale hanno incrementato del 51% le loro vendite in Italia. Dall’altra, i produttori italiani sembrano aver definitivamente compreso la necessità di ricercare i consumatori dai gusti più “raffinati” o dalle maggiori possibilità economiche, non più solo nei ricchi mercati europei (Germania + 7%) e Nord Americani (+6% negli USA) ma soprattutto nei mercati lontani ed un tempo sconosciuti, oggi noti ai più come mercati emergenti. 

Nel 2012 la qualità dell’olio d’oliva italiano sembrerebbe aver fatto breccia in particolare nei mercati asiatici. In Asia Orientale e in quella Centrale il 2012 ha visto realizzarsi un incremento delle quantità vendute di ben oltre 16 punti percentuali rispetto al già entusiasmante 2011. In particolare si segnala la straordinaria performance degli esportatori italiani nel mercato nipponico (+23%) ed in quello cinese (+20%). 



Qui sotto una tabella riepilogativa con tutti i numeri per alcuni dei principali paesi (per ulteriori informazioni si vedano anche sempre su questo blog gli articoli: “Riecco le luci del mercato Giapponese” e Rallentamento delladomanda mondiale? Dipende dal dove.)

 


mercoledì 6 marzo 2013

Nuovi dazi sulle importazioni indiane di oli vegetali


La notizia é stata pubblicata 40 minuti fa su bloomberg.com - o almeno lì l'abbiamo letta - sito di news e approfondimento a carattere economico: il governo indiano aumenterà, almeno del doppio, i dazi sulle importazioni di oli vegetali.

La notizia é davvero importante, non solo per coloro che esportano grandi quantità dei grassi vegetali comunemente più utilizzati dalla popolazione indiana per ill consumo umano e non, quali olio di palma, soia, di mais, etc., ma anche per chi in questo mercato ha iniziato - o ha intenzione - ad aprire la strada alle esportazioni di olio di oliva. Sono queste, e soprattutto quelle di olio extravergine  e di qualità, che a nostro giudizio risentiranno di più di quest'aumento dei dazi.

Dentro la notizia.

L'India, il più grande consumatore di oli da cucina (cooking oils) al mondo dopo la Cina, aumenterà l'imposizione di dazi all'importazione di almeno il doppio entro l'anno per proteggere la produzione interna, secondo le parole di Dorab Mistry, direttore della Godrej International Ltd, riportate alle 11.08 del 6 marzo 2013 da Ranjeetha Pakiam e Luzi Ann Javie su Bloomberg.

I dazi su gli oli non raffinati passeranno probabilmente dal 2,5% al 10% (+7,5 punti percentuali) entro Aprile o al più Maggio 2013, per poi arrivare a circa il 20% (+17,5%) entro Agosto-Settembre, ha riportato Mistry, che lo scorso Novembre preannunciò l'introduzione delle tariffe. I dazi sugli oli raffinati passeranno, con lo stesso passo, dal 7,5% al 17,5% e poi al 27,5 (+20%) .

In effetti, le importazioni di olio di palma e di soia avevano raggiunto un livello record a Gennaio con le scorte domestiche a quasi 2 milioni di tonnellate, circa l'80% in più di un anno fa, ha dichiarato Mistry. Mistry, che ha scambiato olio di palma per più di 30 anni, ne ha parlato oggi alla "Palm and Lauric Oils Conference & Exhibition" a Kuala Lumpur.

Le importazioni indiane di oli edibili e non, raggiungeranno il record di 10.9 milioni di tonnellate entro l'anno e lo stock di grassi vegetali ha raggiunto il valore di 2.77 milioni di tonnellate da Novembre 2012 al 31 Gennaio 2013, dati riportati da Bloomberg e rilasciati dall'associazione di categoria indiana "Solvent Extractors’ Association" il 14 Febbraio. A quanto pare i portavoce dell'associazione non temeno le preoccupazioni del governo indiano circa l'effetto che l'aumento dei dazi potrebbe avere sulla crescita dell'inflazione.

La notizia dovrebbe preoccupare soprattuto i produttori ed i commercianti di Indonesia e Malesia (olio di palma) e Brasile e Argentina (olio di soia) da cui provengono il 50% delle importazioni indiane dei cosiddetti "cooking oils".

Le conseguenze sul mercato dell'olio di oliva.
Sebbene Bloomberg calcoli che il consumo interno di cooking oils potrebbe salire del 6% a 17,5 milioni di tonnellate entro quest'anno, principalmente per l'aumento congiunto della popolazione e della ricchezza disponibile, riteniamo che l'effetto che tali dazi potrebbero avere sulle importazioni di olio di oliva, ancora di nicchia in India, potrebbero essere altrettanto preoccupanti.

Stando alla notizia, un litro di olio di oliva diventerebbe forse troppo costoso per le - seppur in aumento - disponibilità economiche del consumatore indiano. Abbiamo dunque effettuato una ricerca sui dati ufficiali dell'ufficio statistico sul commercio internazionale delle Nazioni Unite - la fonte più attendibile  sulla scena mondiale - disponibili per la categoria degli oli vergini in cui sono inclusi anche gli extravergini.
Dalle nostre ricerche il prezzo medio di un 1 kg di olio vergine (incluso EV) importato in India nel 2011 si attestava a 3,623 dollari USA, 3,65 per gli oli italiani (2,856 a Novembre 2012) e 3,544 per quelli spagnoli. L'incremento previsto per Settembre 2013 porterebbe questi prezzi a 4,265 dollari, 4,289 dollari e 4,165 dollari rispettivamente. Da questo scenario risulta chiaro che gli oli spagnoli arriverebbero a costare ben 12,4 centesimi di dollaro in meno, ovvero quelli italiani costerebbero il 2,99% in più.

Non solo. Il dato riguarda gli oli vergini sia sfusi che confezionati; é molto probabile, dunque, che chi commercializza olio confezionato - normalmente a prezzi più elevati - veda questa forbice allargarsi notevolmente.

Che conseguenze potrà avere l'incremento di dazi previsto? Possiamo ipotizzare un primo scenario, in cui i consumatori indiani più abbienti non cambino i loro acquisti nonostante l'aumento dei prezzi. In questo caso é possibile che gli importatori acquistino oli non italiani perché più price competive ed in grado di garantire margini superiori. 
Un secondo scenario, il peggiore, può vedere un calo generalizzato dei consumi di olio di oliva.
Di sicuro, in entrambi i casi, una buona comunicazione mirata a far scegliere il prodotto italiano e il prodotto di qualità é l'arma principale di cui il commercio di olio di oliva in India dovrebbe dotarsi.

L'argomento ha diversi risvolti, presto pubblicheremo un notro approfondimento.

Nel frattempo chiediamo ai nostri lettori di commentare la notizia e di riportare la propria esperienza.

L'Osservatorio.

venerdì 18 gennaio 2013

Attenzione alle risposte alla crisi!

Il premier nipponico Shinzo Abe ha presentato un maxi-pacchetto espansivo da 117 miliardi di dollari. Obiettivo dichiarato è di stimolare l'economia, battendo definitivamente la deflazione.

L'effetto auspicato dal Governo giapponese è di far scendere lo yen ai minimi sia sull'euro che sul dollaro. La valuta nipponica era scambiata questa mattina , 11 Gennaio 2013, a quota 89,50 sul dollaro e 1,1850 sull'euro: livelli così bassi non si vedevano da 18 mesi contro la moneta unica e da due anni e mezzo sul biglietto verde (per ulteriori informazioni a riguardo si veda l'articolo pubblicato sul Sole 24 ore.

Le dinamiche dei cambi se non saranno rapidamente oggetto di una decisa azione da parte dei governi dell' Eurozona ed in particolare della BCE potrebbero danneggiare gli esportatori europei che lavorano con il Giappone, ed in primis quelli italiani, sempre più impegnati a ricercare nuovi spazi (e profitti) nei mercati esteri (ne abbiamo appunto parlato pochi giorni fa).

Il nostro consiglio per servire il mercato giapponese sfuggendo alla morsa dei cambi, delle politiche monetarie e della crisi più in generale, lo ribadiamo, è puntare sulla qualità: il mercato giapponese è senz'altro uno dei più attenti alla qualità e fin'ora ha dimostrato di essere disponibile a pagare per livelli qualitativi più elevati. Ma la qualità, oltre che essere un concetto complesso e dalle molte sfaccettature, non è tutto. La qualità va supportata dalla reputazione, in un meccanismo reciproco di crescita e consolidamento. Ma la  costruzione ed il mantenimento della reputazione aziendale, ricordate, necessita di una strategia fatta di piani e azioni concrete, specifiche per ogni mercato, e che vanno ben oltre le attività di marketing e comunicazione aziendale.

Il perseguimento di un profilo alto di sostenibilità, ambientale, sociale ed economica, offre numerose possibilità per costruire e migliorare la reputazione aziendale e per superare, innovando, le più diffuse concezione di qualità. Traducendo, di fatto, tutto questo in vantaggio competitivo e, quindi, in utili.

Ne parleremo ancora.
 



martedì 8 gennaio 2013

Riecco le luci del mercato Giapponese



Il disastroso Tsunami del marzo 2011, secondo alcuni analisti, sembrava poter determinare un mutamento strutturale nelle dinamiche del mercato di olio d’oliva giapponese. Di fatti nei primi cinque mesi di quell’anno vi è stata una contrazione di oltre 10 punti percentuali (rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) e complessivamente nell’arco dell’intero anno, seppur più lieve, è stata di circa 3 punti.





I dati dei primi 10 mesi del 2012, sembrano però evidenziare tutta un’altra storia, mostrandoci un mercato che grazie anche all’apprezzamento dello yen, si è mostrato capace di aumentare i propri consumi di olio d’oliva. Le importazioni sono cresciute di circa il 13% rispetto all’anno prima e di tale incremento hanno beneficiato pressoché tutti i paesi, ed in particolare la Tunisia (+366%), il Cile +129% e l’Australia (+88%).

Ma i due principali protagonisti del mercato giapponese sono rimasti gli olii di qualità provenienti dall’Italia (che continua a detenere una quota di mercato superiore al 55%) e dalla Spagna (35% del mercato). I produttori italiani e spagnoli hanno visto crescere le loro vendite sul mercato nipponico rispettivamente del 12,4% e del 15,6%. La qualità dell’olio d’oliva, in primis italiano, sembrerebbe dunque essere ancora capace di premiare i produttori, beneficiando del nuovo e più consapevole potere di acquisto giapponese.




 

venerdì 19 ottobre 2012

“Pillole di Qualità”: un commento ai primi dati ISTAT sulle produzioni italiane di qualità


Il contributo delle aziende agricole biologiche e certificate DOP (Denominazione di Origine Protetta) e/o IGP (Indicazione Geografica Protetta) alla sostenibilità ambientale, economica e sociale del territorio è sicuramente più elevato di altre realtà aziendali. Esse, per esempio, contribuiscono alla diffusione di forme di conduzione di terreni e di allevamenti compatibili con la tutela dell’ambiente, del suolo e della diversità genetica, e  consentono di promuovere produzioni di qualità. Avere un quadro aggiornato in merito a tali tematiche è tanto più rilevante quanto più ci si approssima alla chiusura dei negoziati sulla nuova PAC 2014-2020 (sempreché non slitti al 1 gennaio 2015, ipotesi remota ma alla quale anche il Presidente Paolo De Castro ha accennato in un recente incontro alla Camera di Commercio di Bari) così come della più ampia strategia Horizon 2020.

Oggi, dunque, vi presentiamo le prime informazioni sulla struttura di queste aziende, provenienti dal 6° Censimento generale dell’agricoltura realizzato dall’ISTAT.

Nel 2010 secondo l’ISTAT le aziende che risultano adottare metodi di produzione biologica per coltivazioni o allevamenti sono state 45.167 pari al 2,8% delle aziende agricole totali. Di queste, 43.367 aziende applicano il metodo di produzione biologico sulle coltivazioni (2,7% delle aziende in complesso) mentre le aziende zootecniche sono  8.416 (3,9% delle aziende zootecniche italiane). Sono invece 6.616 le aziende biologiche ad orientamento produttivo misto.

Il primato delle aziende bio spetta ancora al Meridione (isole comprese) che “ospita” circa il 62,5% del totale. Qui si concentra anche il 70,9% della superficie biologica complessiva. In particolare, la Sicilia è la regione dove si conta il maggior numero di aziende biologiche (7.873 unità); seguono la Calabria con 6.769 aziende e la Puglia, con 5.295.

La dimensione media nazionale  delle aziende bio (in termini di SAU) è di 18 ettari, notevolmente superiore a quella generale, che si attesta a 7,9 ettari di SAU. In Sardegna, con una media di 43,8 ettari di superficie biologica ad azienda, si registrano le dimensioni unitarie  più elevate; seguono Basilicata (23,7 ettari) e Puglia (22,8 ettari).
Questi dati risultano essere molto interessanti perché- evidenziano come le aziende bio siano potenzialmente più solide delle convenzionali. Ci sembra di grande interesse valutare quanto, regione per regione, i contributi allo sviluppo del biologico abbiano o meno contribuito al verificarsi di questo fenomeno.


Per quanto riguarda le aziende certificate (DOP/IGP) le maggiori superfici investite in coltivazioni certificate interessano soprattutto la vite (oltre 320 mila ettari). Per questa coltura le maggiori superfici DOP/IGP sono localizzate in Veneto (56.042 ettari, pari al 17,5% della superficie DOP/IGP complessiva nazionale investita a vite). Ma anche le coltivazioni di olivo, come ben emerge dal grafico sottostante si difendono bene e soprattutto risultano essere in continua crescita. 






Informazioni di maggiore dettaglio su queste aziende sono disponibili nel data warehouse ISTAT: http://dati-censimentoagricoltura.istat.it/
Per ultreriori informazioni sul censimento dell’agricoltura 2010 si consulti anche:  http://censimentoagricoltura.istat.it/